Floriano De Santi

Con silenziosa progressione di opere, senza l’appariscente bagaglio di esibizionismi intellettualistici ed estetizzanti, manifesti polemici, conventicole cibernetico-operative et similia - come se tutto dovesse essere espresso semplicemente sotto forma tecnico-programmata - il pittore Massimo De Stefani, per il fatto stesso di privilegiare una personale ricerca di strutture linguistiche (semiotiche), si è formato pian piano un suo spazio poetico, un suo clima, una sua immagine ravvisabile a prima vista.

Non si tratta, dunque, di un artista agevolmente collocabile entro i soliti schemi del conformismo pittorico, proprio per l’ostinata fedeltà ad un preciso, rigoroso disegno espressivo. Comunque ne sia, se la cultura figurativa del nostro è europea con “allarme” americano (Lucas Samaras e Fernando Maza), l’imagination métaphysique è originale quanto più si fa sentire “lontano” e di precario possesso umano quel che è vicino ed abitudinario anche nella natura.

Dentro i “campi magnetici” dei suoi quadri De Stefani ingabbia il senso di un’inquietudine manifestata da “esseri visibili” sotto forme di geometria semplice: un colore teso e solare nei suoi spazi calibrati, una sottigliezza di luce immateriale come uno schermo, su cui si riflettono percezioni profonde e oscuri presentimenti, che mettono in causa sia le stratificazioni degli instincts surréels più complicati, sia l’ordine della ragione.

La finezza di “figure geometriche” ritagliate in moduli conici, serve ad allontanare dalla sua luminosità analitica ogni motivo di natura. Ma nel calcolo ideale di queste opere si avverte anche l’intervento di una sotterranea emozione che forza gli ordini troppo chiusi per dilatare sempre più una vibrazione sottile, intima. E in effetti l’artista bolognese, accanto all’incredibile equilibrio formale di composizioni quali Teorema in prospettiva o Miraggio, discopre la liricità stupefacente del cosmo: contempla le nuvole, ora grandi, pesanti e sfilacciate (Levitazione), ora trasparenti e compatte come pietra dura; guarda affascinato ai fiori di brina gelata e ai cristalli microscopici che si sviluppano sopra i vetri (Sestante); e ricostruisce con l’immaginazione i movimenti, i contrasti e le lotte tra i venti nelle regioni più alte del cielo (Richiamo del nord).

II ricorso alla geometria non è che un bisogno di solida impostazione visuale, di libertà pittorica rispetto alla pratica d’imitazione degli “oggetti naturali”. Di qui lo sforzo a razionalizzare e purificare lo spirito, per trasformarlo nel barometro vivente, nel termometro sensibilissimo dell’universo. Una simile metamorfosi e - anzi quel trascorrere continuo di “forme di natura” a “forme mentali” e viceversa, in uno scambio reciproco di sensazioni e di rigori -, doveva accadere ai monaci miniatores e rubricatores nei laboratori (scriptoria) medioevali.

Ma per il nostro non è mai un’imitazione; semmai, un’invenzione sull’onda di un “pensiero Zen” che cerca di coincidere con gli eventi quotidiani o assoluti del creato. A modo di artiste visionnaire, De Stefani vuole intervenire sulla natura, e trasformarla. Egli dipinge “congegni misteriori” che conducono a terra le scariche dei fulmini; imprigiona nei suoi quadri la luce in specchi concavi (Punto e contrappunto); tenta di catturare, con rombi, quadrati, circoli, lamelle, punti e virgole, i più strani temporali d’inverno, che danno del surrealismo una singolare versione: curve che sembrano dorsi, cavità che appena avverti al tatto (Eros), richiami d’ombra negli avvallamenti (Rigorosamente contenuto), un muoversi lento e sinuoso che ricorda i simboli freudiani dell’occhio, e della mano (lmmutabile), sicché la fantasia si fonde e si eccita con un travaso continuo di ambiguità. La stimmung di questa sua creazione è arcana sospensione, e quindi in tutti i sensi, sulla superficie o in profondità, sono disseminate le membra apparentemente sparse del suo “organismo pittorico” da cui debordano colori intessuti di lievi venature, di consonanze labili e acquoree.

Eppure una sintassi cosi complicata resta leggerissima, e senza tracce evidenti di costruzione. Molle, eterea, umbratile, infinitamente tortuosa ed avvolgente, essa sta distesa sulle cose come un’allegorica scatola cinese, che svela la sua essenza e il suo oscuro legame con il passo, il movimento e il respiro di qualche lontanissimo mondo: dove le opere di un pittore come De Stefani hanno la stessa realtà degli ippogrifi, dei sogni e di cervi volanti.

Floriano De Santi, 1973